LA STORIA INDUSTRIALE 

I PRIMI PROBLEMI DEL DOPO-GUERRA

L’apparato industriale di Asti non ha subito gravi danni durante la guerra, ma nell’estate del ’45 e per i due anni successivi le materie prime e il combustibile scarseggiano, mentre ed il ritorno dei reduci dai fronti o dalla prigionia comporta fin da subito un aumento della disoccupazione: rispetto alla situazione prebellica si registra un forte calo produttivo in tutti i settori industriali.
La politica deflattiva di Einaudi e la perdita di potere contrattuale del sindacato dopo l’uscita delle sinistre dal governo (maggio ’47), la loro sconfitta elettorale (aprile ’48) e la scissione sindacale (luglio ’48) rafforzano le posizioni imprenditoriali, che alternano atteggiamenti paternalistici a fasi di aperto scontro con i lavoratori. A questi problemi strutturali, si aggiunge l’alluvione del 4 settembre ’48, che colpisce duramente un’industria astigiana già in forte sofferenza: è la Saclà, sita lungo il Borbore a subire i maggiori danni.

L’ASTIGIANO AGLI ALBORI DELL’ INDUSTRIA

Solo a partire dal ’49 il settore industriale riprende un certo livello di efficienza e produttività, ma prevale ancora la piccola azienda (il 74% impiega meno di dieci addetti) e il censimento del ’51 conferma la prevalenza del settore agricolo nell’economia astigiana, con il 63% di addetti, contro il 42% del dato nazionale. Lo scarso sviluppo industriale del capoluogo, (nel 1951-’52 chiudono la Saffa e la Omedè) indirizza gran parte del massiccio esodo dalle campagne degli anni ’50 e ’60 verso le grandi città (Torino, Milano, Genova e Savona): durante il boom un quarto dei nuovi posti di lavoro dell’Italia settentrionale si creano in Piemonte, ma Asti occupa, con Cuneo, le ultime posizioni. A fronte di un basso livello dei consumi e degli investimenti si registra però un elevato indice di risparmio: Asti nel 1958 è la prima provincia per risparmio bancario per abitante, ma solo la metà di questi capitali vengono reinvestiti in provincia, mentre il resto viene convogliato in zone ad alto tasso di crescita e l’Astigiano mantiene così una posizione marginale all’interno non solo del Piemonte ma dell’intero Nord-Ovest.

LA NASCITA DELLE ICONE INDUSTRIALI ASTIGIANE

La ripresa dei conflitti sindacali nelle grandi città a partire dai primi anni ’60 avvia un processo di decentramento produttivo da parte delle grandi imprese, processo che l’amministrazione comunale di Asti si impegna a favorire concedendo incentivi ed agevolazioni agli imprenditori. La crisi e la chiusura di impianti storici (Ferriere Ercole) viene così compensata dalla nascita di nuove imprese (Macobi, IB.Mei-IB.Mec, Holley-Europea) non sufficienti però ad imprimenre un’inversione di tendenza decisiva nel processo di industrializzazione dell’Astigiano: gli indicatori economici confermano la sua condizione di marginalità all’interno del triangolo industriale, con il settore agricolo che impiega ancora il 56% della popolazione attiva. L’industria astigiana storica (Way Assauto) come buona parte di quella di nuovo insediamento (Holley, IB.Mei-IB.Mec) si inseriscono così appieno nell’indotto del sistema produttivo torinese, legando ad esso le proprie sorti. A partire dalla metà degli anni ’70, la crisi energetica mondiale, la successiva ristrutturazione e automazione dei cicli produttivi, la delocalizzazione all’estero di molte produzioni, il crescente peso assunto dalle multinazionali nel controllo delle imprese, comportano nell’Astigiano la perdita di commesse e l’avvio di un apparentemente irreversibile processo di deindustrializzazione, con gravi ricadute, sociali, oltre che economiche, sui livelli di occupazione.